La retrocessione del Bari riaccende le polemiche sul modello societario della famiglia De Laurentiis tra investimenti mancati, settore giovanile fermo e accuse di scarsa autonomia del club.
Un progetto mai realmente strutturato
La retrocessione del Bari in Serie C ha riportato al centro del dibattito cittadino il modello organizzativo adottato dalla famiglia De Laurentiis dal 2018 a oggi. Al di là dei risultati sportivi, contestati da tifosi e ambiente biancorosso sono soprattutto la struttura societaria e l’assenza di un progetto stabile nel tempo.
Nel corso degli anni si sono alternati diversi direttori sportivi e allenatori, spesso senza continuità tecnica. Fatta eccezione per il ciclo formato da Michele Mignani e Ciro Polito, il club non è mai riuscito a consolidare una figura manageriale capace di fare da raccordo tra proprietà e area sportiva.
Non a caso, dopo la retrocessione, si torna a parlare della possibile introduzione di un amministratore delegato o di un direttore generale con pieni poteri operativi. Una soluzione che però, secondo molti tifosi, arriva troppo tardi rispetto alla frattura ormai apertasi con la città.
Investimenti mancati e settore giovanile fermo
Uno dei temi più discussi riguarda gli investimenti promessi all’atto dell’acquisizione del club nel 2018. Nel business plan presentato dalla Filmauro si parlava di valorizzazione delle strutture, sviluppo del settore giovanile e crescita economica attraverso plusvalenze e attività legate al territorio.
A distanza di quasi otto anni, però, il Bari continua a non avere un centro sportivo di proprietà né un vivaio considerato competitivo ai livelli storicamente associati al club biancorosso. La Primavera, che in passato aveva contribuito alla crescita di calciatori come Antonio Cassano e Nicola Ventola, non è riuscita a produrre giovani stabilmente inseriti in prima squadra.
Molti tifosi contestano inoltre il fatto che il club sia stato spesso utilizzato per valorizzare giocatori collegati al Napoli, altra società della famiglia De Laurentiis. Tra i nomi più citati compaiono Folorunsho, Obaretin ed Emanuele Rao. Da qui le polemiche mai sopite sulla multiproprietà e sulla definizione di “squadra B” pronunciata in passato da Aurelio De Laurentiis.
Le promesse del 2018 e la distanza con la realtà
Nel progetto presentato nel luglio 2018, la proprietà aveva indicato diversi obiettivi oggi ritenuti disattesi da una parte consistente della tifoseria. Tra questi figuravano il coinvolgimento di figure del territorio nella governance del club, lo sviluppo del calcio femminile, la creazione di scuole calcio e una forte valorizzazione del vivaio.
La società aveva inoltre dichiarato l’intenzione di costruire una squadra stabilmente competitiva per i playoff di Serie B. Dopo la finale persa contro il Cagliari nel 2023, però, il rendimento del club è progressivamente peggiorato fino ai due playout consecutivi e alla retrocessione in Serie C.
Secondo molti osservatori, il principale limite della gestione sarebbe stata la mancata autonomia del Bari rispetto alla struttura centrale della Filmauro, con il club biancorosso rimasto dipendente dalle strategie della proprietà senza sviluppare una propria identità economica e sportiva.
La retrocessione ha così riaperto in maniera definitiva il dibattito sul futuro della società, mentre la città attende di capire quali saranno le prossime mosse della famiglia De Laurentiis.

